Come leggono le espressioni in Oriente e Occidente - Wired.it
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Come leggono le espressioni in Oriente e Occidente
Gli occidentali distinguono nettamente sei emozioni sul viso degli altri, mentre gli orientali si limitano a due: felicità e tristezza. Ed è lo sguardo a essere rivelatore. Ecco lo studio su Pnas
18 aprile 2012 di Lorenzo Mannella
Felicità


A volte uno sguardo dice più di mille parole. In certi casi sarà anche così, ma la saggezza proverbiale questa volta deve scontrarsi con un dato di fatto: anche gli occhi parlano con lingue diverse. Come spiega uno studio pubblicato su Pnas ( Proceedings of the National Academy of Sciences), le culture occidentali e orientali tendono a identificare in modo differente le espressioni di felicità, sorpresa, paura, disgusto, rabbia e tristezza.

D’istinto siamo portati a credere che queste emozioni siano codificate in maniera altrettanto universale da tutti gli esseri umani (sembra addirittura che felicità e tristezza siano contagiose come un virus) ma in realtà esistono delle differenze. Le popolazioni dell’Est tendono ad associare paura, disgusto e rabbia all’espressività dello sguardo, mentre gli occidentali si affidano più ai movimenti dei muscoli facciali.

Per arrivare a questi risultati, il team di ricercatori guidati da Rachael Jack, neuroscienziata dell' Università di Glasgow, ha chiesto a 30 volontari (metà asiatici e metà europei) di guardare 4.800 animazioni casuali di volti umani maschili e femminili. Ciascuno di questi era frutto di un mix di espressioni facciali legate a emozioni e di caratteri somatici ben distinti tra loro.

I ricercatori hanno poi chiesto ai partecipanti all’esperimento di classificare il tipo di emozione e la relativa intensità (in una scala da 1 a 5) per ciascuna faccia. I risultati sono stati raccolti dal team di Jack per generare dei modelli visivi delle aree facciali che avevano influenzato maggiormente i giudizi dei 30 volontari.

Le conclusioni hanno sorpreso tutti: mentre gli occidentali tendono a riconoscere i sei tipi di emozioni analizzate (felicità, sorpresa, paura, disgusto, rabbia e tristezza) in base a precise espressioni facciali – come distorcere gli angoli della bocca o arricciare il naso – i volontari di origine asiatica non distinguono nettamente le emozioni prese in esame fatta eccezione per felicità e tristezza.

Un fatto che sembra dipendere da influenze sociali differenti nelle due culture: in occidente tendiamo a codificare le espressioni facciali in categorie molto nette, mentre nei paesi asiatici le persone non presterebbero molta attenzione alla mimica facciale ma si focalizzerebbero soprattutto sullo sguardo. Un segno del fatto che l’evoluzione dei costumi culturali ha allontanato gli asiatici dai canoni espressivi primitivi, codificati soprattutto dal movimento dei muscoli del volto.

Insomma, queste due sensazioni, opposte tra loro, sembrano le più universali. Certo, questa non è di sicuro la regola d’oro per decretare come un popolo percepisca le emozioni, ma di sicuro potrebbe insegnarci a prestare attenzione a dettagli che potremmo aver trascurato.

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Una nuova sfida contemporanea: la variabilità comportamentale | movimento pandora
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Scritto da Marina Grossi

L’età contemporanea ci sfida ad essere pronti ad affrontare i cambiamenti sociali e culturali con grande plasticità, ma saremo davvero pronti ad accettare di varcare questa nuova soglia?

Danilo Mainardi afferma, nel suo godibilissimo saggio “Arbitri e Galline” che “un’importante differenza tra evoluzione biologica e l’evoluzione culturale risiede nelle diverse velocità dei due processi: lenta la prima, assai veloce, sempre più veloce la seconda”. La velocità dell’evoluzione culturale umana si sta riflettendo, in modo sempre più prepotente, su tutto l’ambiente e gli animali, con il suo complesso carico di responsabilità che ne derivano. Naturalmente l’accentuata velocizzazione di questa dicotomia, avvenuta in modo preponderante in questi ultimi anni, si è riflettuta in modo ancora più evidente nei confronti di chi ci accompagna da sempre: il cane.

La selezione delle razze, operata nei secoli scorsi, ha infatti assecondato un’urgente necessità di grandissima specializzazione, che coinvolgeva non solo i cani ma anche gli stessi essere umani che, fino alla generazioni precedente alla mia, potevano aspirare a consolidare un profilo lavorativo univoco, con mansioni fisse e specifiche.

L’evoluzione culturale, a torto a ragione, ci ha portati invece a un’identità mutevole con spostamenti lavorativi e personali ( e delle mente) in luoghi geografici diversissimi tra loro, accompagnati fedelmente dalla nostra ombra con la coda. Perché i cani possano vivere felicemente questa transizione, e garantire loro una buona integrazione nella società contemporanea, si ha quindi la necessità non solo di fargli vivere le peculiari vocazioni di razza, ma anche di consentirgli di acquisire un alto grado di variabilità comportamentale.
Cimatti definisce la variabilità comportamentale: “la capacità di cambiare il proprio comportamento a secondo delle situazioni, anche quando queste non sono mai state sperimentate in precedenza”.

Questo processo ha a che fare, in parte, con un progetto educativo guidato da un educatore cinofilo . Le fondamenta di una buona variabilità comportamentale, difatti, sono le esperienze di buona qualità e di giusta quantità. Adoro guardare i signori anziani con i loro quattro zampe che passeggiano nel centro storico della mia città, o osservare la grande competenza di quei cani abituatissimi a trovarsi nelle situazioni più disparate con il loro compagni umani.
Per quello che riguarda il training può essere molto utile fare leva su quella gamma di comportamenti non propri della razza o di quello specfico individuo. Per intenderci, nonostante eccellessi sicuramente nelle materie umanistiche, ho dovuto studiare la mia dose di chimica, matematica e fisica al Liceo, cosa che si è rivelata molto utile quando a 23 anni, dopo aver seguito tutt’altro percorso, ho deciso di intraprendere una facoltà scientifica. Parallelamente, nonostante il mio segugio Marley eccellesse nelle piste olfattive, è stato assai utile un training basato anche sulla collaborazione, e su un reciproco scambio scambio di sguardi per la nostra vita assieme a Roma e nei nostri viaggi.

Il mio auspicio è quello che la vita con il nostro cane possa trasformarsi grazie a diversi momenti tesi ad imparare come raffrontarsi con ambienti, situazioni, persone diverse, condividendo la nostra vita in modo quantitativamente e qualitativamente elevato, in modo sereno insomma, per noi e per chi ci circonda. Il percorso di educazione cinofila servirebbe così a potenziare al meglio la flessibilità cognitiva dei nostri quattro zampe, in modo tale da far diventare attività ed esercizi parte integrante di un “paesaggio da attraversare più volte in modo diverso (Wittgentein)”, come in un utile laboratorio quotidiano dove spendere buona parte del nostro percorso assieme.
Credo che questo imparare a cambiare, ad aggiungere varietà, sia una grandissima sfida non solo per i nostri cani, ma in primis per noi. Sfida dalla quale usciremo come sempre, fianco a fianco.

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André Rieu in Mexico. La Paloma. - YouTube
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Grotte di Ajanta ..... Maharastra - YouTube
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Le Grotte di Ajanta (अजिंठा लेणी), Maharashtra, India sono 29 scavate nella roccia monumenti rupestri che risalgono al secondo secolo aC. Le grotte sono dipinti e sculture considerati capolavori di arte buddhista sia religiosa (che raffigurano le storie Jataka), così come affreschi che ricordano i dipinti Sigiriya in Sri grotte Lanka.The sono stati costruiti in due fasi a partire da circa 200 aC, con il secondo gruppo di grotte costruite intorno al 600 dC.
Dal 1983, le grotte di Ajanta sono un patrimonio mondiale dell'UNESCO. Le grotte si trovano nello stato indiano del Maharashtra, vicino a Jalgaon, appena fuori dal villaggio di Ajinṭhā (20 ° 31'56 "N 75 ° 44'44" E). Le grotte sono solo circa 59 chilometri dalla stazione ferroviaria Jalgaon (su Delhi - Mumbai, la linea ferroviaria delle ferrovie Centrale, India), e 104 chilometri da Aurangabad (Da Ellora Caves 100 chilometri) Le Grotte di Ajanta sono stati scolpiti nel 2 ° secolo aC out. di ferro di cavallo a forma di roccia lungo il fiume Waghora. Sono stati utilizzati dai monaci buddisti come sale di preghiera (chaitya grihas) e monasteri (viharas) per circa nove secoli, poi improvvisamente abbandonato. Sono caduti nel dimenticatoio fino a quando furono riscoperte nel 1819. Il 28 aprile 1819, un ufficiale britannico per la Presidenza Madras, John Smith, mentre era a caccia della tigre, scoperto per caso l'ingresso ad uno dei templi rupestri Cave (n. 9) in profondità all'interno del sottobosco. Esplorare quella grotta in primo luogo, da tempo una casa a niente di più uccelli e pipistrelli e una tana per altri, più grandi, gli animali, il capitano Smith ha scritto il suo nome a matita su una delle pareti. Ancora debolmente visibile, registra il suo nome e la data, aprile 1819.
Poco dopo questa scoperta, le Grotte di Ajanta è diventato famoso per il loro ambiente esotico, imponente architettura, arte storica, e lungo la storia dimenticata
Categoria:
Viaggi ed eventi
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L'hacker siriano che difende i dati dei dissidenti - Wired.it
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L'hacker siriano che difende i dati dei dissidenti
Si chiama Dishad Othman ed è il cyber-eroe delle rivoluzioni arabe: ha partecipato a quella egiziana, tunisina e libica e ora lotta per il suo paese. La nostra video intervista
19 aprile 2012 di Vittoria Iacovella

Ci dà appuntamento per la prima volta in un pub di Beirut. Dlshad Othman è il cyber-eroe delle rivoluzioni arabe, ha partecipato a quella egiziana, tunisina e libica e ora lotta per il suo paese.
E’ siriano, della minoranza curda, rifugiato in Libano perché ricercato in patria a causa della sua attività sul web. Un’aria bohèmienne. Ordiniamo delle birre, la musica è alta. Nel primo approccio cerco di essere discreta. Temo non voglia parlare apertamente della sua attività di ribelle, web-attivista dissidente. So che è rischioso quello che fa, immagino tema in ogni momento di essere arrestato o sequestrato. Sta mettendo il dito nell’occhio del Grande Fratello di Damasco. E’ fuggito dalla Siria nella quale ha vissuto fino alla scorsa estate, arrestato nel 2008 ora è ricercato. Gli spiego che mi piacerebbe intervistarlo e fargli fare delle foto, ma posso organizzarmi per garantirgli l’anonimato.

Mi dice che non c’è problema, che posso dire il suo nome e cognome, mostrare la sua faccia perché lui ormai non si nasconde più. Dlshad Othman parla con voce calda e tono calmo, sorride. Vorrei regalargli una vocale da mettere tra le prime lettere di quel nome impronunciabile e lo scruto, cercando un soprannome da appioppargli. Ci rivediamo la sera successiva, nel centro di Beirut, e da lì prendiamo un taxi per andare a casa sua. Per precauzione, chiede all’autista di lasciarci in una via un po’ lontana dalla destinazione. Percorriamo quasi al buio e sotto la pioggia gli ultimi 500 metri che ci separano dal suo appartamento. L’ascensore è rotto. Sette, otto piani a piedi, non finiscono più. Accoglie me e il fotografo in un appartamento freddo e spoglio nella periferia moderna della città. Un divano arancione, una stufa a gas, il muro bianco macchiettato dall’umidità. E’ un ex bambino che amava smanettare al computer, ora al suo gioco virtuale sono appese la libertà e la vita di molte persone. Gli chiedo chi sia il suo nemico principale. Mi fissa, sa che vengo da Roma, e sorride: la società italiana Area Spa cui si aggiunge la statunitense Blue Coat.

Queste hanno venduto al regime il sistema operativo che usa per spiare, intercettare e controllare tutti. Sono moltissime le compagnie informatiche che forniscono ai governi i mezzi per controllare e reprimere le opposizioni. Se ne è parlato poco tempo fa all’interno di un’importante inchiesta fatta da Bloomberg news. Ha creato Virtus Linux, un sistema per criptare e proteggere tutti i dati e ora lo sta diffondendo a tutti quelli che ne hanno bisogno, specialmente oppositori e giornalisti. Si muove su Linux e Ubuntu, è open source. In una chiavetta usb grande qualche millimetro hai tutto il sistema necessario a un computer virtuale in cui puoi salvare documenti, files di ogni genere, inviare mail, chattare con messenger o skype.

Molti siriani vengono in Libano con un visto turistico e fanno un training di quattro giorni con lui per capirne bene il funzionamento. Per chi non può muoversi ci sono le istruzioni o il tutorial online. Un gran lavoro. Combatte ogni giorno una rivoluzione sanguinosa, le sue armi sono il laptop e il telefono cellulare con la rubrica vuota. Mi confessa di sapere a memoria più di cinquecento nomi e numeri. “ Sono nel luogo più sicuro, nel quale nessuno può entrare, la mia testa”.

intervista e montaggio di Vittoria Iacovella
immagini Francesco Alesi

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